Dal ‘Lieto Fine’dell’Artaserse, alla luce ritrovata del Nur, alla tragica uccisione dell’amata ‘Zaira’, arriviamo all’ultima opera di questo 38° Festival della Valle d’Itria. Un’opera che si apre e si conclude parlando d’amore, un amore che cambia aspetto nell’evolversi della storia, un amore che provoca felicità, dolore, porta alla follia, spinge oltre l’immaginabile, che fa morire, resuscitare e morire ancora. La storia di Orfeo ed Euridice è ai più nota, ma in questa rappresentazione si tenta di darne una visione diversa, ci si concentra sull’esternazione delle emozioni, sugli effetti devastanti, sulle cause e sulle conseguenza del rischio di amare.
Le nozze tra i due amanti sono il felice annuncio con cui inizia l’intera opera, e cosa si può desiderare di più di avere un cuore innamorato e ricambiato? Ma subito si presenta invadente Aristeo, topos dell’uomo che prova un affetto unilaterale, infatuato di Euridice, mortale quasi ridicolo agli occhi altrui, soprattutto a quelli di un satiro, perfettamente calzante nel suo ruolo, e di una Venere, la cui vanità estremizzata la rende iraconda e crudele, strafottente in fondo. Ed entra in scena la ‘pazzia d’amor’ che, dopo un successivo rifiuto, nonostante l’aiuto della dea della bellezza, viene enfatizzata, fino a raggiungere e superare il limite umano, ricordandoci la follia di Orlando, ‘che per amor venne in furore e matto’, a cui Ariosto ha dedicato un intero poema.
Quindi la morte, Euridice morsa da un serpente, simbolo da sempre del peccato. E quale peccato maggiore di quello del troppo amore verso un solo uomo e di rifiuto verso un altro innamorato?
Ma è realmente Euridice a peccare? Senza Aristeo e i suoi aiutanti, i due giovani amanti avrebbero avuto il loro lieto fine da ‘Amor vincit omnia’, perché sono l’uno sufficiente e perfetto per l’altra. Ed è allora un comune peccato quello che rende questa storia una tragedia, un peccato di troppo amore. Aristeo mettendo se stesso in secondo piano e accettando la felicità di Euridice con una altro uomo, avrebbe salvato, strano a dirsi, la vita della sua amata che, al contrario, ha inconsapevolmente, o meglio, involontariamente, ucciso; Venere e il satiro senza l’amore smisurato per il loro ruolo e il loro egoismo ed egocetrismo, avrebbero salvato non solo la protagonista, ma anche Aristeo dalla follia. E questo rende chi da sempre ci è apparso cattivo, Plutone e Proserpina, degli eroini in questa vicenda, le uniche persone capaci davvero di sapere comprendere e equilibrare l’amore.
Ma a peccare più di tutti è Orfeo. Il dolore che ha provato, troppo forte e inaspettato, la felicità di risentire Euridice viva, non lo trattengono, lo vincono e cede, guarda e tocca l’amata perdendola per sempre.
Ci sono emozioni che l’uomo non riesce a sopportare e sovrastare, emozioni che lo rendono schiavo, che fanno mettere da parte la ragione, e l’Orfeo ci mostra come siano spesso, o forse sempre, legate all’amore e a chi pecca di troppo amore. Un amore che cambia irrimediabilmente le persone, un amore che li rende vulnerabili, vicini e d’improvviso distanti. E dell’amore rimangono solo immagini, quelle di una lontananza.
E’, quindi, l’amore l’unico colpevole.
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"Pietate oggi e Amoretrionfan ne l'inferno.Ecco il gentil cantore,che sua sposa conduce al ciel superno." [Spiriti Infernali // Atto quarto Scena prima] |
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Come vedreste con le lacrime agli occhi |
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Io riesco a scorgere la line di un orizzonte umano, nuovo, e voi? |
Articolo a cura di Rosanna Carrieri
Fotografie a cura di Clarissa Ceci
Didascalie a cura di Ludovica Germinario
Responsabile Blog Ludovica Germinario










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